«Com’è possibile che un intero paese cada nelle mani di un tiranno? Com’è possibile che un personaggio come Riccardo III salga al trono? Esiste un modo, si domanda Shakespeare, per fermare lo slittamento verso un governo illegale e arbitrario prima che sia troppo tardi, un mezzo efficace per impedire la catastrofe civile?»
Scrive così il Premio Pulitzer Stephen Greenblatt, parlando del ruolo del tiranno nel teatro shakespeariano. E Riccardo III è il tiranno per antonomasia: odia la legge che lo intralcia, disprezza il bene pubblico, è prepotente, rabbioso, collerico, misogino, bugiardo, mistificatore. Prova piacere nel fallimento altrui, nutre un rancore profondo verso la madre e verso tutte le donne, e odia la natura che lo ha fatto mostruoso, gobbo e zoppo: una deformità del corpo che diventa il segno visibile di una più radicale stortura interiore. Riccardo III, ingordo di potere, insieme odiato e amato da chi lo circonda, è un uomo pericoloso; eppure proprio queste caratteristiche diventano paradossalmente gli ingredienti essenziali del suo successo, intercetta e sfrutta una ferita già aperta nella società. È un personaggio di sconvolgente attualità: se in Shakespeare i dittatori finiscono sempre per soccombere, soffocati da un disperato residuo di umanità che non si spegne mai del tutto, nel dramma politico mondiale di oggi — popolato da nuovi tiranni — ogni previsione appare più incerta. Le somiglianze sono però sotto gli occhi di tutti, numerose e impressionanti. Nel Riccardo III, quasi un’orazione civile, di e con Daniela Morozzi e Stefano Cocco Cantini, la scena si fa atto pubblico e voce collettiva, nella convinzione che ogni possibilità di riscatto passi dall’impegno diretto di noi cittadine e cittadini, dalla nostra capacità di prendere posizione.
